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Piano Concerto - Forum pianoforte

Studio tecnico su tastiera muta


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Non so quanto sia ancora diffusa questa tipologia di studio ma credo che i pianoforti digitali abbiano reso la cosiddetta "tastiera muta" obsoleta.

La "tastiera muta" storica che io sappia aveva una dimensione modesta, 4 ottave a volte meno, dunque risultava facilmente trasportabile e collocabile. Per contro i digitali portatili di oggi sono minimo da 5 ottave, ma per avere una buona meccanica di simulazione devi puntare sugli 88tasti (mod top di oggi è la VPC1 Kawai). Pertanto si parla di almeno 20kg per 135cm di tastiera.

Posseggo una tastiera muta di fabbricazione a me ignota, suppongo italiana anni 70/80, 4 ottave (dal Fa). In sostanza una valigetta di legno (75x35) con coperchio tastiera ribaltabile. Tasti purtroppo in plastica, molle come tensione regolabile e affondo del tasto ridotto. In mancanza di altro è meglio che tamburellare sul tavolo come scherzosamente mostrava Rubinstein in una intervista degli ultimi anni; certo è che un tasto in legno pesato sarebbe decisamente meglio...

Ora la questione della tecnica pianistica.

Avendo iniziato lo studio del pianoforte a una età molto avanzata le difficoltà nell'ottenere elasticità, indipendenza e sviluppare forza nelle dita si sono dimostrate fin da subito impresa quasi disperata.

Questa condizione, diciamo “fuori corso”, per mia esperienza, aumenta esponenzialmente i tempi di studio/risoluzione dei problemi tecnici. Qualsiasi livello di perfezionamento si voglia raggiungere. E su qualsiasi repertorio.

Ora, non so se sia vero quello che diceva Rubinstein sul tamburellare ma suppongo sia vero in assoluto che l'esercizio della ripetizione sia l'unica via per ottenere elasticità, agilità e forza nelle dita.

Non entro nel merito dei metodi e dei famigerati volumi di tecnica pianistica e mi limito qui a pensare alla tecnica fine dei trilli e dei tremoli, o a quelle posizioni difficili in doppie note che richiedono una progressiva divaricazione tra le singole dita in modo da ottenere la posizione ottimale alla futura esecuzione. Tutti esercizi puramente tecnici che col suono hanno ben poco a che fare, e per riprendere Rubinstein, si potrebbero paradossalmente eseguire su un tavolo.

E qui torniamo alla tastiera muta e ai moderni digitali in cui il suono può essere controllato a monte (timbro, volume e tocco) o, appunto, eliminato.

Evitiamo un equivoco. Posso ripetere per due ore un passaggio di poche battute per studiarne il suono e l'uso dei pedali, e questo lo farei fondamentalmente su un pianoforte acustico di riferimento, ma se si tratta di sbloccare una combinazione di dita ostica o di rimettere in moto un meccanismo arrugginito, nel mio caso sviluppare agilità e forza a un'età molto avanzata, il suono diventa a tutti gli effetti un disturbo.

Da qui i miei interessi per le tastiere mute...

Lascio a voi ulteriori considerazioni critiche, consigli su eventuali strumenti di lavoro e altro.

Intanto grazie per l'attenzione.

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Tu poni una discussione che potrebbe durare molto a lungo. Innanzi tutto citi molto spesso Rubinstein, che io ho conosciuto personalmente e con cui ho parlato più di una volta. Diciamo che parliamo di essere umano dal fisico eccezionale e di un artista particolarmente dotato, al quale, detto da lui, bastava studiare poco! Incredibile! E' vero quando parla del giochetto delle dita, ma questo serviva, secondo me, solo ad esorcizzare il piccolo demonio dell'inizio del concerto. Lui, come usciva in pubblico, generava un'aria di simpatia e di autorevolezza al tempo stesso che pervadeva la sala. E la sua sicurezza tecnica, detto da lui, era basata sul grande appoggio alla tastiera. Più di una volta fece sentire su di una spalla altrui il peso della sua destra nel cantabile: era impressionante. Nel tempo mi sono convinto che la gravitazione e il naturale trasferimento del peso da un dito all'altro sia alla base di un grande cantabile. Il Figlio Jonh parla del padre e dice che il suo segreto era la "semplicità". Cioè la perdita di sovrastrutture mentali e  la totale naturalizzazione.

Spesso crediamo che un passaggio debba essere risolto quando la mano assume una certa posizione. Io credo sia vero il contrario. Se osserviamo i Grandi della tastiera, notiamo che ognuno assume la propria posizione, a seconda della diversa corporatura e conformazione della mano. E' quindi da ricercare, a mio avviso, la soluzione nella capacità di gestire la compartecipazione dei piccoli muscoli e dei grandi muscoli, della scelta dei gesti fondamentali di base articolazioni, rotazione ecc...) più utili a questo o a quel passaggio ecc....Di conseguenza la mano assumerà la giusta posizione. 

Sviluppare la forza. Altro concetto un poco più complesso

Sviluppare energia sul pianoforte non significa fare muscoli, ma, quasi sempre mettere l'apparato muscolare fuori tensione. All'inizio l'allievo non produce un suono molto energico, ma, via via, prenderà sempre più fiducia, cioè insegnerà ai muscoli a sostenere a sufficienza le "intenzioni" e le scelte musicali volute  .

La tecnica, quindi e il suo sviluppo ( ho espresso questa mia opinione anche in altri post) fa i conti con il suono e con il contesto musicale del suono. 

Risolvere musicalmente un passaggio difficile ci suggerisce spesso come usare una determinata formula tecnica.

Ecco, come ho scritto di recente, che fare scale in sol minore può essere utile, ma risolvere le scale finali in sol minore del finale della prima ballata di Chopin è un'altra cosa.

Dopo questa noiosa chiacchierata, che potrebbe a tuo danno prolungarsi, trovo l'utilizzo di tastiere mute, strumentini di esercizio, ginnastiche varie, non utili alla tecnica pianistica, se lontane dal corpo sonoro. Non è, sempre a mio avviso, l'addestramento ginnico o il far muscoli a farci diventare più abili. Certo è che il passare del tempo, cercando di capire, soprattutto mentalmente, cosa bisogna fare per superare un certo passaggio, farà diventare anche l'allievo più abile e sicuro. Anche la sicurezza e la tranquillità durante l'esecuzione dipendono dalla coscienza di aver risolto "onestamente" la difficoltà e non essersi solo affidati ad ostinate e torturanti ripetizioni.

Questo penso.

 

P.S. Se ho lavorato bene, ogni volta che mi sederò al pianoforte ritroverò subito o quasi le soluzioni che avevo consapevolmente scelto. Se "devo ricominciare da capo" allora forse vuol dire che non ho interiorizzato la soluzione. ( ciò può accadere quando pensiamo di affidarci alle infinite ripetizioni ginniche)

P.P.S. con tutto questo non escludo i riscaldamenti o i richiami al movimento ( giochetto di Rubinstein) o anche a brevi tempi di ripetizione. 

 

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Cercherò di non divagare troppo.

Rubinstein e il peso della spalla che arriva alle sue dita portentose. Ecco che senza volerlo abbiamo già detto tutto. Peso della spalla. Dita portentose.

Maurizio Pollini è uno dei pianisti viventi che racconta di quest'altro istruttivo giochetto (questo del peso) che Rubinstein evidentemente amava fare ai suoi adepti (l'altro giochetto è quello della tecnica da tavolo citato sopra).

Amo Rubinstein per la sua simpatia e perspicacia. Ma come pianista mi sembra ormai lontanissimo. In altre parole sento più vicini a me Michelangeli e Horowitz, due pianisti che per altri versi vengono oggi classificati come "d'altri tempi"...

Gusti a parte direi che la questione della "dita portentose" è quella che sta al centro del mio scrivere qui.

In qualche maniera queste dita devono reggere alla tecnica del peso, della caduta e della rotazione. Le falangi sappiamo che devono creare un arco per poter trasmettere correttamente il peso al tasto. Qualsiasi cedimento risulterà nefasto, soprattutto per il suono.

Guardando Horowitz uno dice: accidenti questo ha superato l'ostacolo suonando con le dita piatte. Ma chi ha passato anni davanti a una tastiera facendo esercizi sa che non è così.

Il dito perfetto deve poter suonare arcuato o disteso, se non addirittura ripiegato su sé stesso (caso limite in mancanza di spazio).

Come diceva il mio primo maestro: "poi suonerai come ti pare..."

Sì e no. La cosiddetta impostazione è fondamentale, ma la rigità mentale di una impostazione ideologicamente e didatticamente formulata può rivelarsi altrettanto dannosa della cattiva impostazione.

La questione finale è che le dita devono comunque essere forti. Negli anni ottanta del secolo scorso, quando iniziai i miei primi studi, nei suoi numerosi scritti Rattalino usava l'espressione "dita che scavano il marmo"; la qualcosa faceva il paio con quello che diceva il mio maestro di scuola vidussiana (non era Rattalino intendiamoci): "la mano del pianista deve essere come una scultura".

E penso al calco della mano di Chopin...

La discussione dunque è come ottenere dita d'acciaio (sempre Rattalino) magari partendo da dita di burro...

Se la tastiera muta o ammutolita di un digitale moderno può essere utile perché non sfruttarla?

Edited by ilDBT
refusi
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