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Viaggio all'interno del pianoforte

 

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Introduzione

Il pianista è uno dei musicisti più vicini e, al tempo stesso, lontani dal proprio strumento. Uno dei più vicini perché "tocca" il piano ancor prima di suonarlo (non a caso nei tempi antichi, si usava l'espressione "... Toccare uno strumento a tastiera", da cui l'origine della "forma toccata"); uno dei più lontani perché, in realtà, per arrivare a produrre il suono, l'energia del pianista trasmessa alla tastiera deve attraversare una complessa meccanica fatta di leve, di perni, di feltri. Quindi il pianista si sente molto vicino al corpo del suo strumento, ma altresì lontano dalla sua anima; vicino alla tastiera, lontano dalle vibrazioni delle corde e della tavola armonica. Un complesso mondo di meccanismi separa le mani del pianista dalla zona di produzione sonora, rimanendo così oscuro e nascosto, quasi da sembrare non appartenente alla sfera musicale e neanche al pianoforte stesso. Ma proprio per questa ragione, se la conoscenza organologica di ciò che "vive" in uno strumento è utile a qualsiasi musicista, per il pianista diventa indispensabile. Malgrado, infatti, il pianista si trovi quasi sempre di fronte a pianoforti diversi dal proprio, deve essere in grado di esprimersi sempre al meglio senza correre rischi. Un onere in più rispetto ad altri musicisti che hanno la fortuna, per ovvie ragioni di dimensioni e di peso, di portare con sé il proprio strumento. Il pianista suona sempre su strumenti diversi nella marca, nel modello e soprattutto nella preparazione e nella messa a punto. E sono proprio queste ultime due condizioni che gli consentono di ritrovare l'identità dei propri mezzi di espressione, un buon legato, un giusto pedale, la tranquillità di un buon fraseggio. Il tecnico/accordatore, dovrebbe essere in grado di colmare le insoddisfazioni del musicista circa le prestazioni dello strumento poiché dalla preparazione di quest'ultimo dipende, in parte, il buon esito dell'esecuzione o dell'incisione. Scegliere, pertanto, la persona "giusta" significa per il pianista potersi "affidare" allo strumento piuttosto che doverlo sfidare. Nella maggior parte dei casi, il tecnico che assiste il pianoforte non è un musicista e, quindi, svolge il suo lavoro sulla base delle conoscenze tramandate dalla tradizione artigiana o servendosi di quelle acquisite dalla propria esperienza; percui è a volte difficile per lui diversificare certe scelte di intervento in rapporto alle personali esigenze del pianista. D'altra parte, il pianista non è un tecnico e quindi molto spesso non riesce a correlare una propria sensazione di insoddisfazione ad una precisa carenza tecnica dello strumento. In definitiva nella maggior parte dei casi, i due soggetti, nonostante la competenza nel proprio specifico, comunicano poco tra loro e non certo nel modo più appropriato. Il pianista lamenta un timbro troppo aspro, una tastiera "troppo dura" o "troppo molle", una difficoltà di esecuzione delle gradazioni dinamiche o delle note ribattute. Il tecnico propone rispettivamente una "intonazione dei martelli", un "ricondizionamento dell'affondo della tastiera", una "sostituzione dei perni di centro delle forcole", una "regolazione del punto di scappamento", o una "taratura delle molle di ripetizione", ecc. A volte i due esperti, pur dialogando in un linguaggio diverso, riescono a raggiungere un livello di comprensione soddisfacente. Ma in molti casi ciò non accade. Inoltre può non nascere affatto, nel pianista, la volontà di consultare il tecnico in merito alle proprie insoddisfazioni nei riguardi dello strumento, che possono derivare dai cambiamenti d'identità che il piano subisce, comunque e lentamente nel tempo rendendo il pianoforte sempre meno efficiente.

Un pianoforte non può certo offrire prestazioni superiori ai suoi limiti, come un musicista ben preparato e formato da un'ottima scuola non può raggiungere traguardi oltre le proprie capacità artistiche. Non è però opportuno lasciare che un pianoforte scenda al di sotto del suo livello massimo di messa a punto a causa di una mancata e/o inadeguata assistenza. Una maggior pratica dello strumento non può mai compensare il suo cattivo funzionamento, anzi induce il pianista ad alterare la naturalezza dei "gesti fondamentali di base", nel tentativo di recuperare con miglior risultato. Anche la perdita di un buon livello di accordatura e di intonazione dei martelli aumenta la difficoltà nel realizzare il giusto tocco ed ottenere le dovute gradazioni dinamiche e/o la giusta pedalizzazione. Vale la pena, insomma, affermare che è importante, da parte del pianista, essere attento alle condizioni del proprio strumento ed essere disponibile a richiedere uno specifico intervento di assistenza. Ma ancora più importante è saper considerare l'effetto di una cattiva condizione del pianoforte e, possibilmente, saper risalire alla causa. Non è purtroppo previsto nel corso degli studi pianistici un insegnamento che riguardi l'organologia del pianoforte. Tuttavia conoscere di quali parti si componga lo strumento ed individuarne le loro funzioni non è sufficiente. E' il raccordo con la realtà musicale che torna utile al pianista, cioé l'essere in grado di individuare da quale componente o funzione di esso dipenda una certa insoddisfazione. Cercheremo quindi, in questo e nei prossimi articoli, di esaminare insieme, oltre alla descrizione delle parti del pianoforte e delle sue funzioni gli effetti che le stesse producono sulla performance del pianista.

Una distinzione che potrebbe sembrare molto ovvia e banale deve essere invece fatta tra il piano verticale ed il piano a coda. Quasi sempre, ed in modo molto spicciolo, si è giunti alla conclusione che uno strumento a coda sia da preferirsi ad uno strumento verticale. In realtà, la scelta, oltre a dipendere dal contesto e dalle esigenze del pianista non è scevra da altre importanti considerazioni. Un ottimo verticale può essere preferibile ad una pessima coda e questo prescinde comunque dalla diversa concezione di progetto dei due strumenti per quello che riguarda soprattutto la meccnica di trasmissione. {nota} L'uso del termine doppio scappamento della meccanica del coda, ormai consolidato nel tempo, anche se deltutto improprio, suggerisce un meccanismo sofisticato ma, come vedremo in seguito, tale maggiore raffinatezza ed affidabilità della meccanica del pianoforte a coda si rivela superiore nelle prestazioni solo se è stata eseguita una giusta regolazione con l'osservanza di precise indicazioni di misura suggerite dalla Casa costruttrice. Emerge, quindi, ancora una volta l'importanza di una buona preparazione del pianoforte, la mancanza della quale può addirittura ribaltare un giudizio positivo nei riguardi dello strumento. Altro elemento fondamentale di distinzione tra i due tipi di strumento e tra i diversi modelli nell'ambito di uno stesso tipo è la capacità da parte della tavola armonica del pianoforte di sviluppare una certa pressione sonora. E' infatti affidato a questa parte dello strumento uno dei compiti più importanti: quello di amplificare i suoni fondamentali e non solo prodotti dalle corde e, ancora più interessante, premiare lo sviluppo dei suoni armonici. Se tale elemento è di superficie ridotta come nel caso di un piccolo pianoforte verticale, la pressione sonora sviluppata da tutto lo strumento sarà modesta e la chiarezza selettiva delle parti di un accordo o della linea di una melodia rispetto alle parti armoniche di sfondo sarà scarsa. Una maggior superficie può, invece, sviluppare certe sonorità con maggior tranquillità e "riserva di potenza", ciò a favore di una timbrica più chiara e precisa. In senso assoluto la struttura della tavola armonica di un piano a coda è senza dubbio più ampia rispetto a quella di un pianoforte verticale ma se, pur essendo di maggiori dimensioni, non fosse ben proporzionata potrebbe fornire un risultato tutt'altro che soddisfacente.

In un pianoforte molti altri elementi contribuiscono a definire il livello di qualità. Oltre alla scelta della stagiontura dei legni, la qualità dei feltri e delle pelli, la fusione del telaio e la realizzazione della tavola armonica, sono fondamentali le posizioni dei ponticelli {parola chiave} e la grossezza (calibro) di ciascuna corda rispetto alla sua lunghezza ed alla sua tensione. Ricavandoci dopo tanta teoria nella reltà del nostro strumento, possiamo renderci conto di come un piccolo modello di pianoforte verticale proposto dal mercato per risolvere il problema di una collocazione nei moderni e ridotti spazi abitativi, o di un quarto di coda che non superi 1,55mt, siano tutt'altro che adeguati a superare certi livelli di qualità.

In conclusione queste brevi riflessioni sull'aspetto meccanico e sonoro del pianoforte e le distinzioni tra i due diversi tipi di strumento nonché tra i modelli di uno stesso tipo ci lasciano immaginare quale complesso mondo esista dietro ad una tastiera (ormai non più di avorio), simbolo del più famoso tra gli strumenti romantici e moderni che fanno parte del nostro pianeta musicale.
Nel prossimo numero inizieremo un'interessante viaggio nella parte meccanica del pianoforte a coda, percorrendo la tortuosa strada di leve e di snodi che ci condurrà dal tasto alla corda.


A cura di Paolo Ferrarelli (Pianista, Musicologo, Pianoexpert) che sarà lieto di essere gratuitamente a vostra disposizione per esaminare e risolvere i problemi del vostro pianoforte.